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L'orrida bellezza di "Salò o le 120 giornate di Sodoma"

Del 25/05/2011 di azulejo in (CINEMA ITALIANO) Votata 1 volte Lascia un commento

Denaro e sesso governano gli uomini. Pier Paolo Pasolini parte dalla lettura del "Satyricon" e dal lungo frammento della "Cena di Trimalcione", lasciando che lo sp***o e il dolore restino allo spettatore dopo aver sp***ato le mani e l'anima al regista e agli interpreti.

Denaro e sesso governano gli uomini. Pier Paolo Pasolini parte dalla lettura del "Satyricon" e dal lungo frammento della "Cena di Trimalcione", lasciando che lo sp***o e il dolore restino allo spettatore dopo aver sp***ato le mani e l'anima al regista e agli interpreti. "Salò" non è neanche un film. E' un esperimento sul verosimile, che stressa chi lo interpreta e abbatte il limite tra verità e finzione scenica. Quasi un reality show a eliminazione, crudelissimo, fatto di sacrifici umani e brutalizzazione. Ma "Salò" è prima di ogni cosa un attacco frontale al potere, alle sue molte, invisibili maschere tra Stato, Chiesa, Esercito e Banche. La ripetizione ossessiva del numero 4, nei quadri narrativi di diverse narratrici, tra i boia-signori del Gioco e i momenti della tortura, è la ricostruzione forse più originale e dolorosa dell'Inferno dantesco. Chissà se questo film è stato davvero tra i moventi del delitto Pasolini... Sappiamo però che molti metri di pellicola furono trafugati e che l'idea originaria, sopravvissuta nell'archivio fotografico di oltre cinquemila scatti, racconta di una realizzazione diversa, più simmetrica e lacerante. Una provocazione all'ipocrisia borghese, che nasconde il suo male, e che volge dall'altra parte il suo sguardo. Quello sguardo che Pasolini contorce e annega nello sterco e nel sangue, rivelando la realtà dei consumi per ciò che è: distruzione della libertà, spegnimento del pensiero, cancellazione dell'Umano in nome del profitto, della perversione, del Male. Salò non racconta solo il Nazifascismo, ma il perchè della sua esistenza nell'odio per gli altri, per la poesia, per la bellezza e la naturalità. Ma oltre le uniformi e gli arredi d'epoca, oltre l'eccitazione per le pratiche estreme, c'è la sovversione delle regole, la destrutturazione, l'attentato continuo all'individualità. Le vittime di Salò non hanno facile identità, se non nei loro volti. E tra esse, alcune diventano carnefici, nell'illusione di salvarsi. Salò non lascia speranze. Perchè testimonia il disincanto e la certezza che la poesia, a un mondo dei consumi che ha fatto a pezzi le radici rurali e sottoproletarie del Paese, non serve più. Come poi è accaduto. Salò è oggi, la nostra sconfitta, la ferita che non vediamo più neanche oggi che è infetta e ormai mortale.

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